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- (1860-1917) Donne, Bambole e Revoluciones


(liberamente ispirato alla vita di Elisabetta d'Asburgo, Marina Cvetaeva e Frida Kahlo)
 
A cavallo fra l'800 e il '900, tre donne, tre protagoniste, diverse tra loro per estrazione sociale, contesto storico, abitudini familiari, ma unite tra loro da un'unica aspirazione: decidere di essere se stesso nonostante le convenzioni del tempo.
Così Sissi (1860) si allontana dalla Holfburg, dalla corte, dall'ostile e dispotica Sofia, dal marito e perfino dai figli, in preda ad una sorte di furore. La destinazione non è importante. Questa donna "instabile" trova il proprio equilibrio solo in un universo in movimento o sulla sella di un cavallo fuggendo le norme e il conformismo di Vienna.
E' un dolce pomeriggio di settembre del 1898 quando sul lago di Ginevra la lama di Luigi Lucheni si conficca nel petto dell'imperatrice d'Austria, ormai malata nel corpo e nello spirito, dandole quella morte a cui lei anela: improvvisa, senza soffrire, lontano dai suoi cari e senza soffrire. Alla fine assassino e vittima si incontrano in un valzer grottesco, emblema di un “comune” ideale.
C’è poi Frida Kahlo (1810): selvaggia e passionale come il suo paese di origine, il Messico, violenta e dolcissima come il suo attaccamento alla vita, visionaria e realistica come i suoi quadri. Allieva, moglie e musa di Diego Rivera, importante naturalista messicano che, ispirandosi agli ideali rivoluzionari, narra sui muri degli edifici la storia e le tradizioni del suo paese.
Frida fu colpita dalla poliomelite a soli diciassette anni e da un grave incidente stradale che le impedì di conoscere la maternità. Dopo un interminabile serie di interventi ghirurgici e il dolore per gli incessanti tradimenti di Diego, parteciperà attivamente alle vicende rivoluzionarie messicane, trovando nella pittura lo strumento più versatile per esprimere la sua vitalità.
Infine, è in una Mosca del 1917, insanguinata dalla rivoluzione bolscevica di ottobre, ed in preda ad una terribile carestia che vive e scrive Marina Cvetaeva.
Donna forte ed indipendente ma tremendamente poco pratica, si trova a dover lottare per sopravvivere in condizioni di estrema miseria, a vivere di elemosine e a ricavare il sostentamento per la famiglia da pubbliche letture. Tutto ciò la prova ma non la piega: lavora, scrive, raccoglie la legna, fa il bucato, cuce con le sue esili dita ora ingrossate dal lavoro. Eppure queste stesse dita guidano la penna sulla carta...Scrive versi, prosa ed interi poemi. Costretta a lasciare la sua amata patria, vaga per l'Europa. Come un uccello migratore viaggia da un luogo all'altro. Fugge. Alla ricerca disperata d'amore, afflitta da continue disillusioni, sola di fronte agli altri e agli eventi del mondo. Marina con i suoi versi continuerà per tutta la vita a sfidare la consuetudine, il perbenismo, le forme accettate, fino a compiere il gesto estremo.



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- CARNEFICI E VITTIME

Con questo spettacolo il T.P.R.-C.U.T. intende omaggiare uno degli artisti più eclettici e visionari della seconda metà del ‘900, Rainer Werner Fassbinder.
Con le sue opere teatrali e cinematografiche ha influenzato tutta una generazione di autori, registi, attori.
Con la sua scrittura teatrale dal sapore cinematografico, ma con riferimenti precisi al teatro classico, Fassbinder ha introdotto un nuovo metodo drammaturgico di analisi e critica del presente, della società, dell’uomo.
Riproponendo i temi generali della sua opera, il T.P.R., convinto della modernità e validità del linguaggio fassbinderiano, ha cercato di cogliere il clima e le atmosfere di una drammaturgia ancora tutta da scoprire, cercando anche nella recitazione -adottando una scala di espressioni comprese tra il freddo codice realistico e una gestualità affettata con precisi riferimenti allo straniamento brechtiano- di assumere quei codici che Fassbinder e i suoi attori avevano utilizzato.

Lo spettacolo:
Un’umanità estenuata, ottusa, incarognita nelle proprie ossessioni e meccanica nella violenza, irrimediabilmente lacerata in oppressori e oppressi, occupa gridando, imprecando, lamentandosi e borbottando una scena cupa, allucinata e cruenta ma mai grandguignolesca.
Questa in definitiva è l’atmosfera che si respira durante lo spettacolo, che suddiviso in tante scene, cerca di raccontare alcune storie di umana sopraffazione e crudeltà con lucida e innegabile attualità: dall’immigrato che viene emarginato e picchiato e che a sua volta si fa razzista nei confronti di altri immigrati, alla tragedia “dentro le mura domestiche”.
La travolgente diversità del crimine, dunque.

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- MIO PADRE
omaggio teatrale all’opera di John Fante e Philip Roth


“….mio nonno aveva una bella voce. Tenore irlandese.
Bella. Un tipo troppo duro e militaresco per occuparsi del
suo talento e di quello del figlio. Vorrei che fosse andata
diversamente. Vi amo stronzi bastardi….
Con un padre come quello, non sorprende che Tim
avesse paura di tornare da me. Paura di essere mio padre…”

Jeff Buckley, dal diario, 9 agosto 1995



A questo progetto teatrale, che nasce anche dal desiderio di ricordare due tra i più grandi scrittori della letteratura moderna americana, non è essenziale la rappresentazione dei “personaggi” che evoca, ma piuttosto il lavoro sullo sguardo, sulla prospettiva.
Citando E. Trevi, l’avvicinamento di Fante e Roth al “mondo” dei loro padri avviene attraverso dei veri e propri “romanzi dei figli”, spacciati per “romanzi dei padri”.
Anche a noi interessa di più lo sguardo disincantato di un figlio che raggiunta attraverso l’età, o le esperienze, una sorta di distanza affettiva, racconta il proprio padre e rielabora la propria vita in una nuova prospettiva.
Vedremo due storie parallele, che al di là della modalità di indagine introspettiva e rielaborativa, trattano il confronto con la figura paterna in modi completamente diversi: più amorevole e comprensivo il primo, più ironico e critico il secondo.
Ma è stato anche attraverso un “terzo occhio”, musicale, che si è concretizzata la drammaturgia dello spettacolo: la storia dei due grandi cantanti e musicisti Tim e Jeff Buckley; un padre e un figlio che a malapena si erano conosciuti, uniti da un terribile destino comune. Un rapporto mancato, inconsistente, che aveva segnato indelebilmente la vita di Jeff, tanto da farlo “….soffrire per gli errori commessi dal padre…”.
Non solo un omaggio a due grandi scrittori, quindi, ma soprattutto un tentativo di raccontare una fase della nostra vita che ci mette a diretto confronto con noi stessi, la nostra famiglia, i nostri padri, i nostri figli.
E’ un confronto lucido, distaccato, che suscita sentimenti e suggerisce nuove prospettive, che ci offre l’opportunità di una rielaborazione della “memoria familiare”, di confrontarci con noi stessi, con quello che siamo e forse con quello che saremo.
Tre drammaturgie che utilizzano modalità di rappresentazione differenti, ognuna caratteristica del racconto che descrive; tre esperimenti di linguaggio che si intrecciano e si fondono per raccontare, in fondo, un’unica storia: quella di un figlio e del proprio padre.

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